Si apre in una nuova scheda

Perché i programmatori hanno così paura dell’IA?

DHH, il creatore di Ruby on Rails, ha annunciato sul palco di Rails World 2026 di essere "andato in pensione come programmatore professionista". Dopo vent'anni di software factory, provo a dire cosa significa per chi fa questo mestiere, e per chi lo compra.

Autore

Franco Farnedi

Pubblicato

17 Ottobre 2026

Lettura

5 minuti

Categoria

AI

Negli ultimi mesi sto osservando una cosa curiosa: il mondo dello sviluppo software si sta spaccando in due fazioni opposte e radicali, e nessuna delle due mi convince del tutto.

Da un lato ci sono gli entusiasti dell’automazione totale: hanno abbracciato gli agenti IA, sognano la software factory che si governa da sola e dichiarano di poter fare tutto da soli. L’idea stessa di squadra, per loro, è un orpello del passato.

Dall’altro ci sono i puristi: demonizzano ogni riga di codice generata da un modello, la considerano incomprensibile, impossibile da mantenere e destinata a far saltare i sistemi sul lungo periodo.

Io scrivo software dal 1981: sono 45 anni, tra codice scritto e team guidati. La mia risposta è quella di sempre: la verità sta nel mezzo, ma con una spinta decisa verso il futuro. Dopo il keynote di DHH ne avevo già scritto in Da chi scrive codice a chi risolve problemi. Qui entro nel merito delle paure, e vi racconto come lavoro davvero.

In due righe

  • Le paure dei detrattori sono in gran parte fondate, ma riguardano il metodo, non lo strumento.
  • L’IA non uccide il team: lo rende più snello e più veloce. Il ruolo di chi guida resta lo stesso: chiedere bene, progettare, verificare.
  • Il processo si ribalta: prima il prototipo funzionante, poi la rifinitura e l’ingegnerizzazione insieme al team.

Le paure dei detrattori: allarme reale o resistenza al cambiamento?

Capisco i dubbi di chi frena. La perdita di controllo sul codice, l’accumulo di debito tecnico e la proliferazione di “sviluppatori improvvisati” che non conoscono le basi del system design o della sicurezza sono rischi concreti. Se non capisci come funziona ciò che l’IA ti suggerisce, prima o poi il sistema ti esploderà in mano.

Simon Willison, che ha scritto più di chiunque altro sull’uso serio di questi strumenti, mette il confine esattamente lì: il vibe coding è costruire software con un LLM senza rivedere il codice che scrive. E la sua regola vale anche per chi non fa vibe coding:

“I won’t commit any code to my repository if I couldn’t explain exactly what it does to somebody else.”

“Non faccio commit di codice che non saprei spiegare esattamente a qualcun altro.”

— Simon Willison, 2025

Detto questo, il problema non è un’esclusiva dell’intelligenza artificiale. Chi si improvvisa fa danni in qualsiasi settore: nell’informatica, nel marketing, in cucina, nell’idraulica. Non basta un manuale delle istruzioni o un prompt azzeccato per sostituire esperienza e competenza. La qualità del software non è mai nata per caso: è processo, test, review. Su F.technology ne avevamo parlato in Quality Assurance e il successo del software, e con l’IA è più vero di prima.

La vera criticità, quindi, non è lo strumento ma la pretesa di usarlo senza metodo. E giudicare l’impatto dell’IA guardando solo ai limiti di oggi è un errore miope: gli strumenti cambiano ogni pochi mesi. Fermarsi a criticare le imperfezioni di ieri significa restare ancorati a un passato che, piaccia o no, verrà superato.

A sinistra un groviglio di linee che rappresenta codice senza metodo e debito tecnico, a destra una griglia ordinata di blocchi collegati che rappresenta system design e review
Il problema non è il codice generato: è il codice senza metodo.

L’IA non uccide il team: lo potenzia

Perché io, che dirigo team da decenni, guardo con favore questa rivoluzione agentica? Perché quel modello lo conosco già.

Guidare un team di sviluppo umano non è poi così diverso dal guidare una squadra di agenti IA specializzati. In entrambi i casi il mio ruolo è formulare le richieste giuste, definire l’architettura generale e verificare che gli output siano fatti a regola d’arte. Non devo scrivere ogni riga di codice perché un progetto funzioni: devo saper orchestrare le competenze. Da product owner della nostra software factory (siamo circa quindici persone) lo so bene: il software lo controllo dagli ingressi e dalle uscite, non da dentro.

Per questo non credo allo sviluppatore del tutto solitario. Il team resta indispensabile per il confronto, per i problemi complessi, per coprire i rischi. È una posizione che non nasce con l’IA: sul blog di F.technology avevamo già scritto perché la specializzazione profonda batte il generalismo superficiale. Quello che cambia è la dimensione e il ritmo: squadre più snelle, ma molto più rapide. Come la vedo oggi, e dove sto ancora ragionando, lo trovate in questo articolo.

Come cambia il flusso: dal prototipo alla finitura

Il vantaggio che vivo ogni giorno è l’abbattimento degli intermediari e dei tempi morti.

Lavoro di notte o la mattina presto? Ho un’idea mentre sono in giro? Prendo il telefono, parlo con l’IA, imposto la struttura e ritrovo tutto pronto nel sistema quando torno alla scrivania.

Questo ha ribaltato il classico processo di sviluppo:

  • Prima: il tempo degli sviluppatori costava troppo per rischiare. Si partiva da specifiche rigide, mock-up definiti e flussi approvati prima di toccare una riga di codice. È la logica della nostra fase di Discovery & Design.
  • Oggi: le fasi si invertono. Posso creare e testare un prototipo funzionante in poche ore direttamente con l’IA, per poi rifinirlo, ottimizzarlo e ingegnerizzarlo insieme al team in un secondo momento.
Uno smartphone appoggiato su un taccuino con un’idea detta a voce, e accanto la finestra di un prototipo funzionante con dashboard e pulsante pubblica
Un’idea detta a voce la sera, un prototipo da rifinire la mattina.

La fase di progetto non sparisce: cambia il momento in cui la facciamo, perché discutere su qualcosa che funziona è molto più concreto che discutere su un documento. È lo stesso approccio con cui sto avviando i miei progetti interni, quelli di cui parlo in Da chi scrive codice a chi risolve problemi.

L’intelligenza artificiale non è la fine della programmazione: è la fine della burocrazia nel codice e l’inizio di una nuova era di prototipazione rapida.

E voi, da che parte state: entusiasti, puristi o nel mezzo? Raccontatemelo nei commenti o scrivetemi direttamente.


Per approfondire


Questo articolo è stato pubblicato in precedenza su francamente.tech.

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